Dopo anni di silenzio e dopo la morte di Welby, torna in prima pagina il caso di Eluana. Questa è la sua storia e la storia di una famiglia che di una figlia ha solo il corpo.....
"Il lungo sonno di Eluana
Era una mattina di gennaio di quindici anni fa quando una ragazza venne ricoverata a Lecco in coma profondo per un gravissimo trauma cranico riportato in un incidente stradale. Al trauma cranico si è aggiunta la frattura della seconda vertebra cervicale che la condanna quasi sicuramente alla paralisi totale. La ragazza si chiama Eluana Englaro e da quella mattina ancora “dorme”. A rievocare in modo vibrato quei momenti è il padre della ragazza, Beppino Englaro, nel corso di un convegno svoltosi a Milano e dedicato al caso. La parola d’ordine delle prime 48 ore è quella classica “aspettiamo e vediamo”. I medici cercano di strapparla alla morte, viene intubata e le vengono somministrati i primi farmaci. Ma Eluana non reagisce e continua a vegetare. Dimessa nell’aprile del 1992 viene portata in un altro reparto dell’ospedale di Lecco, dove è sottoposta a una serie di stimoli, sperando nel risveglio, che non si verifica. La speranza è l’ultima a morire, gli dicono molti medici. Ma è veramente così?
Il caso
Una cosa Beppino Englaro ci tiene a sottolinearla. Eluana era una ragazza molto forte e determinata e, benché molto giovane, aveva già vissuto l’esperienza di un amico costretto al coma vegetativo da un incidente. La sua posizione nell’occasione era stata priva di sfumature, come sempre, “se mi dovesse capitare qualcosa del genere non vorrei essere tenuta in vita”, aveva detto. Eppure della sua volontà nessuno tiene conto e nonostante il padre nel frattempo sia diventato il tutore legale non si riesce a ottenere la sospensione dell’alimentazione artificiale. E tutto in nome del fatto che Eluana secondo la legge attuale non può essere definita morta perché, anziché l’intero encefalo, l’incidente le ha lesionato la corteccia, la parte dove vengono elaborati pensieri, consapevolezza, sentimenti, relazioni. Gli occhi della giovane, oggi 35enne, come racconta Tempo Medico, si aprono e si chiudono seguendo il ritmo del giorno e della notte, ma non vedono. Le labbra sono scosse da un tremore continuo, gli arti tesi in uno spasimo e i piedi in posizione equina. Una cannula del naso le porta il nutrimento allo stomaco. Ogni mattina gli infermieri le lavano il viso e il corpo con spugnature. Un clistere le libera l’intestino. Ogni due ore la girano nel letto. Una volta al giorno la mettono su una sedia con schienale ribaltabile, stando attenti che non cada in avanti. Poi di nuovo a letto. Come chiamare tutto questo se non accanimento terapeutico?"
Il discorso su accanimento terapeutico ed eutanasia nel nostro paese è sempre dibattuto con un certo timore dai nostri politici. Perchè deve essere così? Per quanto mi riguarda l'essere un vegetale..o più precisamente essere in coma vegetativo permanente, non vuol dire essere vivi, per me vuol dire essere inutili, essere morti. Vivere significa poter parlare, correre, camminare, provare emozioni, ridere, guardare, amare......significa poter alzarsi tutti i giorni dal letto senza dover essere attaccati ad una macchina. Anche un incidente o una malattia ti possono far perdere il desiderio di vivere...e allora dove sta scritto che bisogna vivere per forza? Chi lo decide? Un tribunale, la Chiesa o qualche altra istituzione?
Basterebbe davvero poco....basterebbe avere il diritto di firmare un documento per rifiutare cure in caso di condizioni gravi....
Certo l'argomento è serio e delicato e non si puo' affrontare in modo superficiale...ma se solo si iniziasse a discuterne......
Se c'è libertà di vivere...perchè non può esserci libertà di morire?
Benvenuti!!!
Welcome on board!!!
martedì 15 luglio 2008
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